Editoriale 110

C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace, un tempo per uccidere e un tempo per guarire. Sono parole dell’Ecclesiaste, un libro della Bibbia. A volte una generazione viene strappata alla pace e all’amore per essere condannata a vivere il tempo atroce dell’odio e delle stragi. Fu questo il caso degli uomini che combatterono la Prima guerra mondiale – un conflitto sporco, di una violenza indescrivibile, bestiale, in cui i soldati si massacravano a colpi di baionetta, morivano tragli spasmi inalando fosgene o semplicemente scomparivano in una tempesta di fuoco e acciaio. Nelle retroguardie, un pubblico stanco di quella carneficina di massa e della brutalità delle trincee aveva bisogno di credere che si potesse combattere e morire con dignità, per dei valori.  Aveva bisogno di eroi. Alzò lo sguardo e li trovò nelle fredde e limpide alture celesti. Cent’anni fa la stampa avvolse in un alone di gloria e audacia coloro che lottavano nei cieli: fu così che gli assi della Grande guerra divennero l’incarnazione dell’eroe. E certamente ci furono degli eroi tra quegli aviatori, nella piena accettazione del destino, nella consapevolezza di poter scomparire da un momento all’altro: nel giorno più luminoso, nel cielo più azzurro.

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